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Promozione della salute e riduzione del rischio HIV nella popolazione gay, lesbica e bisessuale
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Intervista a Nera Gavina sulle campagne di prevenzione nella popolazione lesbica

Mi chiamo Nera Gavina, ho 56 anni, sono una lesbica visibile. Ho una figlia di 28 anni. Lavoro nelle Ferrovie dello Stato. Ho fatto coming out, la prima volta, a 20 anni. Non ho ancora smesso. Sono una dirigente dell’Ass.ne nazionale ArciLesbica nella quale mi occupo di Salute e progetti contro le discriminazioni. Abito a Bologna. Attualmente coordino le Linee Lesbiche Amiche di ArciLesbica.

I bisogni delle lesbiche in tema di salute e prevenzione sembrano invisibili
Siamo più di un milione e mezzo in Italia. Non un gruppettino quindi, eppure siamo un target invisibile, nel senso che non entriamo mai nelle statistiche dell’ISS ad esempio, non siamo prese in considerazione nelle indagini sulle malattie che maggiormente colpiscono la popolazione (Epatite, tumore, AIDS etc) e nei vari programmi nazionali di prevenzione, non entriamo nemmeno nella preparazione dei medici tant’è vero che nel porre le normali domande per una anamnesi danno per scontata l’eterosessualità di colei che hanno di fronte.

Quali sono i bisogni sanitari delle lesbiche in tema di prevenzione delle MTS?
Abbiamo bisogni specifici? Sì, che la Sanità ci preveda, che i medici smettano di pensare che tutti sono eterosessuali, che la loro formazione sia basata sulla conoscenza delle sessualità, delle diverse sessualità, che si facciano campagne sanitarie dove tutti e tutte possano trovare risposte scientificamente corrette e quindi poter scegliere responsabilmente ciò che va bene per se stessi .
Le lesbiche hanno bisogno di essere “comprese“, incluse, hanno bisogno di sentirsi a proprio agio quando vanno dal medico. Hanno bisogno che l’interlocutore, l’esperto, il professionista a cui si affidano “comunichi “ non presupponendo l’eterosessualità.
Per quanto riguarda le malattie sessualmente trasmissibili, le donne che fanno sesso con donne devono essere portate a conoscenza delle modalità di contagio e delle pratiche di sesso più sicuro, altrimenti perdurerà in loro la convinzione di essere immuni da qualsiasi rischio.
Ci sono poi dei rischi maggiori rispetto alle donne eterosessuali per quanto riguarda il tumore al seno, rischi dovuti alla mancanza di maternità, alla propensione verso l’uso e l’abuso di alcool e fumo (cultura da bar).
Da alcune indagini (purtroppo poche) è emerso che le lesbiche fanno assai poco l’autopalpazione del seno e che hanno scarsa fiducia nei programmi di screening per la prevenzione di questa patologia così tragicamente diffusa in Italia.
Ma ci sono anche altri bisogni legati alle scelte di vita e che incidono fortemente sul ben-essere psicofisico: ad esempio la genitorialità.
Molte lesbiche vorrebbero avere figli con l’inseminazione artificiale o adottarli ma nel nostro paese non è consentito.
Alle campagne di prevenzione rivolte a loro, le lesbiche hanno reagito in vari modi: dall’indifferenza assoluta (inviolabilità-non ritenersi a rischio di alcunché-invisibilità), alla eccessiva ansia per la propria salute.
Ciò che ha tuttavia interessato più donne è stata la campagna educativa interna alla comunità, quella per intenderci, autogestita, fuori dai messaggi istituzionali, e condotta attraverso incontri, seminari, workshops, in piccoli gruppi. Lì è stato possibile mettere al centro i comportamenti, le pratiche sessuali, i linguaggi, le responsabilità individuali, le conoscenze, i dubbi, il rapporto con i medici ect.
Hanno funzionato i progetti interni che partivano dalle lesbiche verso le lesbiche e che proponevano una visione positiva della sessualità e della relazione con il proprio corpo.
Per una sessualità serena e consapevole. Per una assunzione di responsabilità verso la salute a partire dall’accettazione di ciò che si è.
In questo senso è stata molto apprezzata la campagna a favore del sesso più sicuro realizzata da ArciLesbica in occasione del 1° Dicembre del 1998. L’immagine (una bellissima foto di Jessica Tanzer, lesbica dichiarata) proponeva due corpi nudi di donne che si abbracciano, e in primo piano una mano che indossa un guanto.
La foto, in bianco e nero, divenne una locandina che girò in tutta la comunità.
Fu uno stimolo a porsi delle domande senza ansia, anzi la sessualità era “promossa“, non penalizzata come era accaduto nelle comunicazioni istituzionali.
Altre iniziative di educazione alla salute che ebbero successo furono quelle dei due convegni sull’erotismo, in cui si avviò un dibattito interno sulle pratiche sado-maso e l’uso dei toys.

Come sono nate le vostre campagne di prevenzione rivolte alle lesbiche?
Dall’esperienza dell’aiuto telefonico e dalle richieste di informazioni sulle modalità per proteggersi dal contagio che ci venivano poste, dalla rilevante assenza di strumenti di conoscenza per le donne che fanno sesso con donne, è nata l’esigenza di porre la questione della prevenzione per le lesbiche alle istituzioni, ritenendo l’informazione sanitaria sulla prevenzione HIV un diritto negato alle lesbiche.
Il primo progetto l’ho presentato all’Assessorato alle Politiche Sociali e Sanità, Comune di Bologna. Progetto per il Consultorio sulla salute delle/i omosessuali. Diritti e discriminazioni. Salute e Prevenzione per le lesbiche (Ottobre 1996).
Fu approvato e finanziato, le istituzioni riconobbero che c’era bisogno di informazione per un target escluso, invisibile, che si sentiva non a rischio in quanto le campagne di prevenzione stigmatizzavano i gay e i tossicodipendenti. Erano le categorie ad essere a rischio e non i comportamenti, con i danni che tutti sappiamo.
Il progetto consisteva nella pubblicazione di un opuscolo per le donne che fanno sesso con donne e di un corso di formazione per potenziare la Linea Lesbica.
L’opuscolo, molto semplice nella sua veste tipografica, fu realizzato con il materiale di informazioni offerto in una delle iniziative pubbliche di dibattito sul tema organizzate al Cassero.
L’esperta era la Dott.ssa Trallo, ginecologa, nostra consulente.
Le lesbiche si mostrarono interessate, ma continuarono a considerare l’AIDS una questione che non le riguardava. Erano più interessate a come si incontra il virus dell’epatite, se era rischioso o no fare sesso in presenza delle mestruazioni, se il bacio è una pratica rischiosa etc. Ma erano ben lontane dal calare nelle loro vite la possibilità dell’HIV. E poi, chi aveva mai visto una dental-dam? Dove si potevano acquistare? E ancora: come introdurre l’elemento sicurezza nell’approccio al sesso? Perché doversi occupare anche di questo rischio che la scienza continuava a ritenere quasi zero?
Molte le domande, difficili le risposte. Però un risultato ci fu: le lesbiche cominciavano a interrogarsi sulle pratiche sessuali. Il sesso lesbico usciva dal silenzio, parlare di AIDS per noi volle dire rompere un luogo comune, quello che le donne fra loro “si danno i bacini sul collo”, finalmente si parlò di ciò che facciamo nei nostri letti.

Nel 1997 presentai un progetto al Ministero della Sanità. Progetto di ArciLesbica Nazionale “Un programma di informazione e prevenzione AIDS mirato alle donne omosessuali “, nell’ambito della V° campagna nazionale ministeriale contro l’AIDS.
Si trattava di avviare una campagna informativa rivolta alle donne in età fertile distribuendo l’opuscolo "Donne punto" dentro al quale Arcilesbica inseriva un adesivo con una comunicazione rivolta alle donne a comportamento omosessuale con la quale si invitavano le donne a “parlarne con noi “, a telefonare alle nostre postazioni d’ascolto nel caso avessero dubbi su come avviene il contagio.

Oltre alla distribuzione del suddetto materiale cartaceo ( 25 mila opuscoli ), il progetto si articolava in una serie di incontri pubblici in 28 città italiane, con l’obiettivo di intercettare quelle donne che, pur avendo rapporti con donne, non si definiscono omosessuali e quindi non frequentano i luoghi della comunità né erano oggetto di politiche sulla prevenzione, cioè il sommerso.
Inoltre si volevano raggiungere le donne bisessuali assai numerose come risultava dalle telefonate alle Linee Amiche.
Il risultato della campagna fu positivo: le Linee Lesbiche registrarono un aumento delle richieste di informazione sul sesso sicuro, le pratiche sessuali fra donne furono oggetto di discussione in relazione ai rischi.
Finalmente si cominciava ad uscire dalle categorie a rischio e si prendevano in esame i comportamenti a rischio. Le donne a comportamento omosessuale diventavano cittadine come le altre, potevano avere le informazioni di cui avevano bisogno e scegliere come tutelare la propria salute e quella altrui.

Un'altra campagna di informazione e prevenzione fu avviata nel 1998 in collaborazione con la Regione Emilia Romagna (Progetto di ArciLesbica “Informazione-Prevenzione-Educazione della Salute. Programma di azioni rivolte alle donne omosessuali”. Bologna 1998-2003).
E’ un progetto integrato, cioè realizzato fra ass.ni, enti, istituzioni che non si è ancora concluso.
Oggi sta completando l’ultima fase che prevede un intervento di promozione della salute e prevenzione HIV all’interno dell’Università.
L’aspetto positivo del programma è che ogni azione condotta e i materiali prodotti prevedono, nominano anche i rapporti sessuali donna-donna e i rischi connessi.
                          

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